Parole, pensieri in Rete

un altro weblog. buon Tutto!

Il pizzino e il buono benzina

Pubblicato da enzo patino su 11 maggio 2009

mafia

C’era il “pizzino di tram“, il biglietto dei mezzi pubblici di Palermo, di carta velina colorata diversamente a seconda dell’importo della corsa e del tipo di biglietto (intero, ridotto, domenicale, ecc.). In questi piccoli tagliandini, che i bigliettai tenevano in blocchetti da 100 a strappo, oltre alla cifra e al nome dell’azienda dei trasporti, era riportato il nome della tipografia “Pezzino“, che ancora oggi funziona, tra l’altro come stamperia di Sellerio. Da qui, grazie ad un’assonanza quasi naturale, il termine si è esteso a definire ogni piccolo pezzo di carta scritto o stampato che può facilmente nascondersi in palmo di mano, dai biglietti amorosi agli appunti miniaturizzati per i compiti in classe e gli esami. Da oggi, anche nella distribuzione dei “santini”, i promemoria per il voto: ma accompagnati da buoni-benzina, promesse di assunzione e chissà, anche banconote. Ma non da candidati alle elezioni europee o comunali… sono alcuni  candidati al consiglio circoscrizionale che promuovono la loro immagine.

Una domanda da porci:

Piccoli mafiosi crescono?

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retribuzione +consiglieri +circoscrizione +cozze -provoloni

Pubblicato da enzo patino su 8 maggio 2009

spideyNEW

Gli amici che arrivano anche su questo blog dagli speedy con chiavi del tipo “retribuzione del candidato alla circoscrizione, stipendio consiglieri circoscrizione bari” sono sempre più numerosi. Segno che le candidature alle circoscrizioni sono molto richieste.

Mi astengo nel commentare i motivi über alles che spingono candidati a cercare queste informazioni in rete.

Notes-48x48 dall’archivio di “Repubblica”, 31 maggio 2007:
I nababbi delle circoscrizioni ai presidenti 2900 euro al mese (di Giuliano Foschini)

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Le buone notizie

Pubblicato da enzo patino su 6 maggio 2009

Esiste un’altra Italia, fatta di tante persone oneste – non solo nella società civile, ma anche nelle istituzioni locali – che si battono ogni giorno per un paese migliore e che stanno già dimostrando con i fatti che le alternative concrete esistono.

Il cambiamento, ancora una volta nella storia, non può che partire dal basso.
E per fortuna questo sta già accadendo! Domenico Finiguerra è il sindaco (trentenne) di Cassinetta di Lugagnano, un piccolo paese di 1.742 abitanti, in provincia di Milano. Ma con grandi microprogetti. Piccoli interventi per il risparmio energetico. Grande risparmio. In bolletta e in emissioni di CO2. Cassinetta di Lugagnano come tutti i comuni ha un cimitero (purtroppo).

Con centinaia di punti luce. Accesi 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Grazie alla sostituzione di ogni lampada votiva a filamento da 5w con una lampada votiva a LED da 0,38 w sono stati ridotti i consumi di oltre il 90%.
Inoltre, la durata media di una lampadina ad incandescenza è di 1,5 anni, mentre quelle a LED durano 11-13 anni.
Il dato più significativo, che pongo all’attenzione di tutti gli assessori al bilancio, è questo: con un investimento di 2.000 Euro,  si ottiene un risparmio annuo di energia elettrica di € 2.253. Quindi l’ammortamneto dell’investimento è addirittura inferiore a un anno.
Mentre agli assesori ai lavori pubblici faccio notare che per almeno dieci anni non è più necessario mandare periodicamente l’operaio o il custode a sostituire le lampadine.

Piccoli progetti. Una goccia nel mare. Ma quanti cimiteri ci sono (purtroppo) in Italia?

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Abruzzo, un mese dopo il terremoto e le passerelle

Pubblicato da enzo patino su 6 maggio 2009

“Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009”

“Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009”

(grazie a Pino Scaccia)

Mai in tutta la storia della nostra Repubblica è stato negato ai cittadini il risarcimento integrale dei guasti dei terremoti, per la prima casa.

Ma questa regola sempre rispettata (come, ad esempio, nel Friuli e in Umbria), non vale per l´Abruzzo. Da un primo esame del Decreto legge n. 39 saltano agli occhi queste particolarità: all´art.3 non si parla di una cifra specifica, ma nella relazione tecnica allegata si indica la somma di €150.000,00 quale tetto massimo spettante ai singoli cittadini per la prima casa. Orbene, la cifra che sarà poi effettivamente riconosciuta a ciascuno degli aventi diritto, per un terzo dovrà essere coperta con un mutuo a tasso agevolato a carico del cittadino, e per un altro terzo dovrà essere anticipata, sempre dal cittadino, che potrà recuperarlo nell´arco di 22 anni non pagando le imposte, mentre lo stato interviene con denaro liquido solo per l´ultimo terzo.
Sennonché la caratteristica dell´Aquila e degli altri comuni colpiti è quella di centri storici di particolare valore, costituiti da un grandissimo numero di edifici antichi e pregevoli, 320 dei quali, di proprietà privata, sono sottoposti a vincolo da parte della Soprintendenza. Ci sono poi altri 800 edifici pubblici, qualificati di
interesse storico, archeologico e artistico. Ora, come è possibile che un privato possa farsi carico della ricostruzione o del restauro di un edificio vincolato o semplicemente di pregio, accollandosi il 66% della spesa? Si comprende allora come il Decreto legge n. 39, se resterà nelle sue linee essenziali così come è stato concepito, costituirà l´atto di morte di una città e di tutti gli altri centri terremotati, che resteranno nei decenni avvenire cumuli di macerie e di edifici spettrali, cadenti e abbandonati.
Ma nel decreto n. 39 c´è anche di peggio: all´art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino, si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell´immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall´esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna.
Ma se, come è facile prevedere, il cittadino non riesce, col contributo e con il mutuo a tasso agevolato, a coprire l´intera spesa per il restauro o la ricostruzione (rispettando, si spera, le norme antisismiche), dovrà contrarre un ulteriore mutuo, a tasso di mercato, con la banche. Insomma quello delineato dal decreto n. 39 è un meccanismo infernale che consegnerà una città nelle mani di banche, finanziarie e usurai.

L´ultima perla del decreto: dopo aver dichiarato la città “zona franca”, lo Stato non rinuncia a pretendere da quegli sventurati cittadini che si faranno carico della ricostruzione, il pagamento dell´IVA al 20% ( art. 3, comma 1°, lettera d). Ecco cosa miravano a coprire le tante “passerelle” e sceneggiate e come fosse interessata l´esaltazione della dignità degli abruzzesi, “forti e gentili”.

Dott.ssa Rosella Graziani
cittadina di L´Aquila; attualmente ospite del padre, insieme alla sua famiglia, in Paglieta (Chieti)

video: Corradino Mineo analizza la situazione in Abruzzo a trenta giorni dal sisma che ne ha sconvolto il capoluogo. Ospiti: Stefania Pezzopane (Pres. Provincia), Ferdinando di Orio (Rettore Università), e Massimo Cialente (Sindaco).

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AttesA

Pubblicato da enzo patino su 4 maggio 2009

bari

i commenti… staserA

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Una intelligente comunicazione elettorale

Pubblicato da enzo patino su 4 maggio 2009

qualcosa di sensato

qualcosa di sensato

In un precedente commento scrivevo di campagne …innovative elettorali. Tra i pochi, che si distinguono per modi e linguaggio, senza limitarsi a pose fotografiche e slogan obamiami, finalmente qualcuno che riesce a dire qualcosa di sensato. Il primo candidato che ha capito come utilizzare il magico contenitore di Facebook per “arrivare a più persone che hanno a cuore la città“. Senza spammare, senza imbrattare la città di manifesti ridicoli.
Altro che le cozze e il provolone

Imparate da lui, candidati sorridenti in giacchetta, copiatene almeno i modi. Se oltre i congiuntivi non sapete nulla di comunicazione, fermatevi alla megafoto, la migliore. Ma sul comodino della vostra camera di letto… almeno non imbratterete  la città e le intelligenze degli elettori.

(il messaggio ricevuto, di Saulo Addari):

spero non ti crei problemi il mio uso di questo mezzo informatico anche per arrivare a più persone che hanno a cuore la citta di bari, mi sto presentando come consigliere alla circoscrizione dei quartieri s.nicola e murat, e questo è un valido mezzo per conoscere e parlare con le persone, lasciando a te la decisione di accettare o meno ma rammentandoti che le elezioni di giugno come tutte le altre ha importanza per il futuro della tua città e di chi ci abita, io ci vivo e mi sto mettendo in gioco proprio per portare voce di chi come me vive in una città governata da chi non ci vive, da chi non ci lavora, da chi ha soli interessi economici e non di valutazione del territorio per uno sviluppo sostenibile anche per chi verrà dopo di noi, sono del 1984, comunque la mia giovinezza può rappresentare un deficit ma ho anche quello che manca a chi da tanto, troppo tempo, impoverisce la mia, nostra città per una ricchezza immediata e non duratura per chi verrà dopo di loro. Ti ringrazio per la pazienza se hai letto queso mio sfogo e spero che questo almeno faccia riflettere per un futuro che non è di certo del solo presente.

Mi presenterò alle elezioni di giugno nella sopracitata circoscrizione, se puoi, se vuoi, se lo senti, anche una parola passata in tal senso ad un tuo amico ha sempre l’importanza di creare cultura, comunque fare riflettere, passa parola e grazie ancora scusa per il disturbo

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l’esercito dei candidati

Pubblicato da enzo patino su 3 maggio 2009

Ho letto (ma come tanti per metà..) il libro “La Casta” e sono rimasto allibito nel leggere che le cariche politiche nel nostro Paese danno occupazione a 192.000 persone. Per capire questi numeri, prendiamo il numero di addetti ad attività produttive (primi 10 settori manufatturieri) nel Molise: circa 20.000 unità; l’intera filiera del settore auto occupa circa un milione di addetti. Con la crisi economica, perderà il posto di lavoro circa un 20% di addetti. Questo numero è uguale a quello dell’esercito impegnato in politica…

Ora, è facile perdersi in discorsi qualunquistici, che i politici sono tutti uguali, ecc. Certo, non è esaltante sapere che un senatore della repubblica lavori 10 giorni al mese portando a casa una busta paga venti volte più pesante di quella di un operaio o un insegnante.

Insomma, in quell’esercito mi ritroverò (forse) anche io, ho deciso di candidarmi.

Motivi e spiegazioni dettagliate nella prossima puntata, la campagna elettorale non è ancora ufficialmente aperta.

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A noi come Tato ci piacciono le donne

Pubblicato da enzo patino su 26 aprile 2009

L’altra notte, in preda ad incubi (classici di una campagna elettorale), girandomi e rigirandomi nel letto, continuavano a passarmi i faccioni sorridenti visti tutta la giornata nella città.

Confesso, mi mancano molto le megacoscione dell’Arcuri e le curve di una stangona blacklabel, misurata ad occhio, ogni mattina che ci passavo sotto, 362-245-362. Da giorni sostituite ahimè con un signore incravattato, in età inoltrata (suppongo, sempre misurazioni ad occhio, sulla sessantina) che mi ricorda che Bari merita di più. Lo so, lo so… ma cosa? Non bisogna essere delle aquile per capire cosa… la sagra del cinghiale di mare o montagne innevate per ospitare le prossime Olimpiadi invernali? Candidate e candidati, attenti alla sindrome da candidato perfetto, alla 4 salti in padella: e poi lasciarsi prendere dal pippibaudismo comporta la riluttanza di elettrìci ed elettori, scontenti di ritrovarsi dappertutto (anche sui cassonetti della differenziata, mica sui pali del Poma!) facce che occupano i loro sogni mattutini. Vuoi mettere un Raul Bova, una Mel B sostituiti da un grassone che ti chiede “perchè lo faccio?“. E tutti che si tengono la babbiscia (mento, per chi legge oltre confine cittadino) con sguardi ammosciati, tutti che parlano di cose belle che faranno se non ci sarà trombatura.
Chi sarà il primo che ci dirà di argomenti scottanti, che so, la ex-Fibronit, le morti per amianto?
Rivoglio la stangona, bruna please.

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la Resistenza, la Liberazione. La Costituzione

Pubblicato da enzo patino su 24 aprile 2009

Le Querce di Monte Sole

Le Querce di Monte Sole (a Guglielmo, con un abbraccio)

Nel 1944, la violenza nazifascista portò a Monte Sole la morte per centinaia di inermi civili, anziani, donne e bambini. Anche da luoghi della Memoria come questi, che videro combattere per la libertà la Brigata Partigiana Stella Rossa, nascerà, tre anni dopo l’eccidio di Monzuno, Marzabotto e Grizzana,
la Costituzione della Repubblica Italiana.

Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici.

L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:
”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.

La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica. E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica.

La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

« Popolo serrato intorno al monumento che si chiama
ora e sempre Resistenza »
(Piero Calamandrei, Lapide ad ignominia)

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I tifosi di Bari sono Simeone (di G. Rutigliano)

Pubblicato da enzo patino su 24 aprile 2009

gli artisti di Bari siamo noi

gli artisti di Bari siamo noi

Non ho mai chiesto il posto di vicesindaco in cambio del mio sostegno, semmai, altri lo hanno offerto. Nel caso non fossi stato chiaro, ribadisco che al momento non c’è alcuna intesa relativa ad una mia rinuncia alla candidatura a sindaco di Bari.

Così parlò Mimmo Magistro, candidato sindaco Psdi per il Comune il 23 aprile.
Ventiquattrore dopo, Gianvito Rutigliano, una penna “non barese” che ama riflettere, confrontarsi senza spazi imposti, svela il barbatrucco… Per favore, avvisate le candidate e i candidati con Magistro di aggiornare, rimuovendole, le proprie idee (prima di oggi dichiarate) antiberlusconiane, antisimeoniane.

Giunge oggi la notizia del ritiro di Mimmo Magistro dalla corsa a sindaco, con relativo allineamento con Simeone Di Cagno Abbrescia. Uno schieramento a sopresa, ma fino ad un certo punto. Forse solo perché anticipato rispetto al ballottaggio, in cui comunque avrebbe appoggiato il candidato PDL, come avevo facilmente anticipato nello scorso post.

Vale la pena allora pensare ai motivi che possono aver portato il candidato PSDI a bruciare le tappe e esplicitare, per i pochi che non l’avessero capito, la sua vicinanza all’ex (ex) sindaco. Probabilmente il flop totale del referendum consultivo di domenica scorsa a Ceglie-Loseto-Carbonara (18% dei votanti e equivalenza di Sì e No), dove lo PSDI era grande animatore del fronte del Sì per alzare il tiro in vista degli accordi, ha dato un’accelerata al progetto.

La vicinanza tra Di Cagno Abbrescia e Magistro era percepibile da mesi, vista (tanto per dirne una) la presenza del secondo a un evento di qualche mese fa a giurisprudenza con l’establishment della PDL e la presenza di Fitto e Gasparri, oltre che da una campagna tutta volta a stuzzicare Emiliano e (se vogliamo) l’Emilab. Attendiamo invece la base su cui si è basato l’accordo tra Simeone e Mimmo.

Fatto sta che, se le intenzioni erano queste, si potevano risparmiare quintali di carta per una campagna molto presente sul territorio e (va detto, visto che non viene affatto rispettato da tutti) perpetrata con regolarità negli appositi spazi pubblicitari. Si poteva risparmiare, soprattutto, uno spot di cattivo gusto come quello del cartellone nero che ricorda le vittime dell’Abruzzo, non disdegnando logo e scritta “Magistro sindaco”, in coda al cui relativo post sul sito dell’ex candidato non ha accettato commenti dissenzienti (visto che il mio non è stato pubblicato).

E ora che fine fanno gli artisti, gli sportivi, i giovani, i commercianti la cui certezza (a quanto si legge ancora per le strade di Bari) è Magistro? Che fine fanno i tifosi di Bari? Ora sono tutti Simeone.

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Questo è un lavoro per Superman!

Pubblicato da enzo patino su 24 aprile 2009

Supereroi a Bari City

Supereroi a Bari City

In un malloppone di libro – composto da 120 pagine 120, faticosamente raccolte dai supereroi di Emilab – Superemiliano illustra ai supercittadini di Bari (Bari, non Gotham City) le superazioni della sua amministrazione. Superazioni, normali quando si ha a cuore la città, dovere di ogni amministratore.

352 azioni compiute

Le risorse finanziarie in cinque anni hanno registrato un aumento mai visto negli ultimi dieci anni con il record di 384 milioni di euro nel 2008.

Aumento del gettito tributario di 5 milioni di euro nel 2007 e nel 2008, mentre i cittadini che godono di esenzioni o riduzioni fiscali sono passati da 10.300 del 2004 a 24.500 del 2008.

La spesa è cresciuta del 20% in cinque anni

363 persone assunte al Comune di cui 287 a tempo indeterminato

+ %55 di investimenti rispetto al 2004

Raddoppiata l’estensione delle aree verdi

Porto e Aeroporto in piena espansione quanto a traffico passeggeri e merci

Oltre 200 milioni per i piani di riqualificazione urbana (in evidenza le ristrutturazioni mai eseguite di migliaia di alloggi popolari)

Raccolta differenziata al 20%, Bonifica Fibronit, abbattimento Punta Perotti

Piano traffico e parcheggi con l’istituzione dei Park and Ride, Park & Train, Bike Sharing

Resta l’amarezza di un Petruzzelli che ormai, è chiaro, Bondi non riesce ad aprire per via dello sciagurato protocollo del 2002, quello firmato per il Comune, da Simeone Di Cagno Abbrescia.

Simeone, un Superpasticcione

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…scusate se è poco!

Pubblicato da enzo patino su 22 aprile 2009

Il 6 e 7 giugno si voterà a Bari. Si eleggeranno il sindaco e i consiglieri comunali.
Si rinnoveranno anche i consigli circoscrizionali, nove porzioni di territorio che dovrebbero assicurare finalmente il decentramento, verso i Municipi. Chissà, se i consiglieri circoscrizionali in scadenza di mandato abbiano fatto tutto il possibile per accelerare questo processo, oppure lo abbiano rimandato per meri calcoli sui 500 voti che occorreranno – invece degli attuali 150, 200 – per l’elezione nei municipi…

Il decentramento coinciderà con l’avvicinare sempre più l’istituzione comunale ai cittadini, con il conseguente accrescimento di partecipazione e di pronta soluzione dei problemi che ogni fetta di territorio cittadino presenta. Attualmente le circoscrizioni hanno poteri limitati, in termini di possibilità di spesa e deleghe, tematiche su cui invece serve lavorare autonomamente senza dovere chiedere favori, quando si tratta di aggiustare un marciapiede o per una riqualificazione di aree verdi. E’ opinione diffusa che, così come attualmente sono strutturati, i consigli circoscrizionali servono a poco, se non a spendere soldi pubblici (e non pochi, vista la corsa di candidati desiderosi del gettone di presenza!) per il loro funzionamento. Illusioni di un “lauto stipendio” che svaniscono appena si scopre che lavorare seriamente per la comunità, assumersi responsabilità (es.: la decisione di uno sfratto per occupazioni abusive, preoccuparsi di legalità sul territorio, promuovere nuove infrastrutture) sono compiti onerosi rispetto alle centinaia di euro che si riceveranno a fine mese.

L’azione che voglio promuovere è volta all’etica da assumere – in primis dai candidati – e dagli elettori dopo, che dovranno scegliere tra centinaia di facce, (spesso accompagnate solo da slogan riciclati),  quella verso cui indirizzare la propria preziosa preferenza per l’amministrazione del quartiere.

Compito non facile, quasi epico! Se a livello comunale le pressioni che si riceveranno saranno grandi, in ambito rionale la “caccia” al voto assume dimensioni quasi familiari, essendoci in quasi tutti i condomini e nuclei di parentela almeno una candidata o un candidato che spesso si scopre all’improvviso impegnato in politica (per favore, lasciamo perdere gli amministratori condominiali). Addirittura in molti casi si scoprono candidati in una coalizione diversa da quella per cui si è sempre data per certa l’adesione degli stessi, novelli consiglieri.
La politica si vive spesso assegnando deleghe in bianco a gente che vediamo solo per il voto e poi mai più.

Dobbiamo sempre ricordare che le elezioni non sono soltanto l’esercizio legittimo del voto, ma possono rivelarsi anche un momento in cui assumersi una responsabilità personale e diretta, la “cittadinanza attiva”.

Una scelta allora difficile? I criteri possono essere diversi. Mettiamo in evidenza quelli che imho sono i più importanti. Per cominciare, non bisognerebbe nemmeno considerare coloro che non hanno mai avuto presenza attiva nel quartiere, nelle associazioni, nelle parrocchie, sconosciuti prima di quaranta giorni dalle elezioni; quelli che scopri all’improvviso su Facebook, dopo uno spietato fancazzismo su gruppi tipo “a me piace la gnocca”, “fan di Lady Oscar” e amenità varie, che incominciano col mandarti inviti a eventi “sulla mobilità sostenibile: nuovi scenari socio-economi del Pianeta”… e subito dopo “mi voteresti alla XXVII Circoscrizione?“  (una buona risposta: e perchè, chi sei?).
Non considerare questi avventori alla politica non solamente per un ragionamento etico, di morale della politica, ma perchè non conviene investire su alcuni che intendono assumere responsabilità politiche (già, il consiglio circoscrizionale è questo, anche prendere importanti decisioni senza avere poi poteri attuativi), spesso senza conoscenze grammaticali se non un ottimo bimbominkiese (provate a chiedere loro la scrittura di una delibera). Solo per garantirsi un piccolo tornaconto personale…

Magari quelle candidate e candidati figli di capibastone di un partito, altri che vi promettono qualcosa di personale, tipo un posto di lavoro, un sussidio una tantum, addirittura banconote… o altre cosette di questo tipo. Partendo dal fatto che quasi sempre si tratta di promesse che difficilmente potranno essere mantenute, che valgono sino al giorno del voto, non c’è convenienza: queste persone infatti non lavoreranno per l’interesse di tutti, ma solo per favorire pochi.
Solo se si lavora per l’interesse collettivo c’è possibilità per tutti. A cominciare dai giovani, i quali, pur studiando con impegno e raggiungendo spesso titoli di studio prestigiosi, sono poi costretti ad andare via dalla città o dalla nostra Puglia per trovare un lavoro dignitoso.

C’è un altro criterio, che riguarda chi si ricandida. Bisogna chiedere a questi consiglieri-ricandidati cosa hanno fatto nei cinque anni precedenti per il territorio della circoscrizione e quali azioni politiche (oltre al rigoroso silenzio su questioni autonomistiche?) abbiano promosso per chiedere con forza, e non solo lamentandosi, una modifica strutturale delle circoscrizioni stesse. Se hanno informato sugli atti prodotti dalla loro consiliatura, se si sono preoccupati di renderli pubblici anche con la pubblicazione di un website, se hanno avviato un “Consiglio dei Ragazzi”

Se hanno fatto poco (o niente!) è meglio indirizzare altrove il voto, lasciamoli riposare dopo le fatiche profuse in cinque anni. Ma anche per quelli che si presentano per la prima volta, occorre informarsi della loro vita, chi sono, cosa hanno fatto, perché si candidano. Inoltre, tutti i candidati nelle circoscrizioni appoggiano una candidatura al consiglio comunale, bisogna informarsi su chi sono questi loro “padrini” di Palazzo di Città. Senza dimenticare di votare per la persona a livello di quartiere tenendo presente il quadro complessivo della città. E allora, se si voterà per il candidato a sindaco di una determinata parte politica, occorrerà anche preoccuparsi, nei limiti del possibile, di muoversi coerentemente con tale scelta.

In modo da poter finalmente capire chi vuole fare sul serio, lavorando nell’interesse di tutti e chi intende continuare a perdere tempo su questa fondamentale questione della vita di una città come Bari.

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Noi, quelli del social network

Pubblicato da enzo patino su 8 aprile 2009

omini

Una interessante lettura – suggerita da Gilda Orsini – sul fenomeno dei social network: hanno cambiato il nostro modo di rapportarci agli altri e a noi stessi? Il garante della privacy Francesco Pizzetti, in una recente tavola rotonda, ha dichiarato che corriamo il rischio di essere la prima generazione destinata a portarsi dietro tutto il nostro passato, perchè i dati personali che vengono immessi su Internet e in particolare sui social network sono destinati a rimanere incancellabili. Nel mondo virtuale mettiamo pezzi delle nostra vita in mostra, da far vedere agli altri forse nel suo aspetto più bello che nella realtà – forse? – nascondiamo per l’incapacità a comunicare secondo forme tradizionali. Antiche?

(l’articolo di Cinzia Arruzza e Felice Mometti, Il Manifesto, 3 aprile 2009)

La società in rete
Incontrare amici, organizzare iniziative anche politiche su Internet nell’illusione o nella speranza di alimentare e arricchire la propria «vita interiore». Il successo mondiale di Facebook è l’emblema delle potenzialità e dei limiti del «social networking»
In quattro anni sono diventati 175 milioni gli utenti nel mondo. In Italia 7 milioni in meno di due anni. I 10 mila computer per farlo funzionare, le 18 mila applicazioni, i 15 miliardi di pagine visitate ogni mese, fanno di Facebook il primo social network e la più vasta piattaforma digitale del pianeta. È presente in una quarantina di lingue e sta per essere «tradotto» in altre sessanta. La leggenda racconta del solito studente americano, Mark Zuckerberg che, avuta l’illuminazione di aprire un sito per mantenere i contatti con i propri amici anche dopo l’università, ha pensato bene di lanciarsi sul mercato dei social network. Questi dati danno il senso delle dimensioni, in continua crescita, di un’impresa che sta sbaragliando le altre piattaforme di quello che è chiamato il web 2.0. Forniscono anche alcuni elementi di lettura degli effetti che sta avendo sulle forme della comunicazione, sulle relazioni interpersonali, sulle dinamiche del riconoscimento reciproco. In poche parole su buona parte dei rapporti sociali. Tanto da far affermare a qualcuno che Facebook è la frontiera avanzata del net-capitalismo, del lavoro nell’era digitale, il contesto della valorizzazione nella cosiddetta economia postfordista.
Per non incorrere nella mera riproposizione di antiche querelle sul ruolo della tecnologia e della comunicazione occorre evitare due atteggiamenti opposti, ma complementari, che vedono «facebook» l’uno come un’operazione diabolica del grande capitale per dominare l’umanità mediante una tecnologia comunicativa e l’altro come uno strumento neutro che viene di volta in volta connotato dall’uso che se ne fa.

Il mito dell’immediatezza
Recentemente è stata modificata la pagina di accesso al profilo dei singoli utenti. Si sono integrate altre «piattaforme» di programmi informatici che gestiscono l’elaborazione di foto e video, si sono moltiplicate le applicazioni e si è cambiata la frase di apertura da «che fai in questo momento» a «cosa stai pensando in questo momento». L’intento è duplice: aprire la strada al superamento di «Facebook» da semplice social network a portale mondiale della comunicazione che investe la vita personale, il lavoro e, perché no?, il marketing. Al tempo stesso però si fa leva su una supposta socializzazione informale più immediata considerata di per sé più vera e autentica. E c’è anche il supporto di una nuova terminologia che tende a superare i confini della propria semantica: «ti addo» (ti accetto come amico), «ti poko» (ti dò una pacca sulla spalla», «ti taggo» (metto il nome sotto una tua foto in modo tale che, con un avviso, tu lo sappia e insieme a te tutti i tuoi amici»). Già la mediazione della parola scritta con la tastiera dovrebbe far riflettere sull’immediatezza e la spontaneità di uno scambio comunicativo. È più l’illusione di uno scambio equivalente, in realtà un doppio non-scambio travestito da «libero scambio», che si fonda sulla concezione di una netta separazione tra una «ricchezza della vita interiore», su «ciò che si è veramente», e le determinazioni simboliche e i ruoli della vita pubblica. Non si vuole qui sostenere che ci sia una perfetta coincidenza tra «vita interiore» e ruolo sociale-simbolico.

La neutralità impossibile
C’è una distanza variabile, all’interno di un processo, che ricapitola continuamente la soggettività. Un processo ostacolato dalla frammentazione delle modalità e degli ambiti comunicativi, dalla precarietà e dal cambiamento delle forme del lavoro, dalla provvisorietà delle relazioni personali e collettive. «Facebook» non fa altro che rispecchiare, approfondire e canalizzare la percezione che tutto sia frammentario, instabile, veloce. Si possono creare gruppi per ogni genere di affinità, sostenere cause dai contenuti più disparati tanto da innescare un’ansia e un simulacro di partecipazione in comunità inesistenti. La forza di «Facebook» risiede nella compatibità, che per un target di giovani utenti sta diventando sintonia con gli attuali parametri esistenziali. In più i social network e Facebook in particolare tendono a standardizzare la frammentazione della comunicazione producendo modelli di consumo e stili di comportamento. Si raggiunge il massimo dell’astrazione facendo un uso concreto «dell’immediatezza».
Il discorso che generalmente si accompagna ai social network tende a metterne in luce l’utilità dal punto di vista della facilitazione della comunicazione sociale e l’orizzontalità dello scambio di informazioni. Come in altri casi, anche «Facebook» tende a mostrarsi ammantato dell’aura della democrazia digitale: chiunque, nel rispetto delle condizioni di utilizzo, può creare un gruppo o una causa, chiunque può partecipare, esprimere un commento, pubblicare una nota, inviare informazioni alla rete di amici. «Facebook» può dunque essere utile per far circolare appelli, organizzare eventi, manifestazioni, propagandare contenuti. Non a caso uno degli esempi preferiti dei sostenitori liberal di «Facebook» è il ruolo che il social network ha svolto in occasione della campagna presidenziale di Barack Obama, tanto che ci si è persino spinti a dire che la vittoria dell’attuale presidente degli Stati Uniti difficilmente avrebbe potuto aver luogo senza il contributo fondamentale di «Facebook».
Argomentazioni inoppugnabili, almeno finché non si prova a mettere in questione il tipo di comunicazione orizzontale che si ha di fronte. Come altri prodotti della tecnologia comunicativa, anche «Facebook» è tutt’altro che neutro; è anzi dotato di una connotazione ben precisa che ha a che vedere con lo specifico modo di produzione capitalistico, e in particolare con il processo di circolazione delle merci e con il feticismo che l’accompagna. La presunta comunicazione orizzontale è in realtà fortemente determinata da un complesso di regole rigide che hanno come risultato l’uniformazione e l’omogeneizzazione dello scambio comunicativo: qualsiasi contenuto (variabile dalla battuta su una foto, alla comunicazione di un appello, a un appuntamento in birreria, a una nota filosofica o una poesia) è appiattito su un medesimo registro e confinato a una zona grigia di impersonalità. «Facebook» è uno strumento di comunicazione che uccide la comunicazione nel momento stesso in cui la produce. È un’immensa catena di montaggio di produzione di parole private di un soggetto. Questa enorme circolazione di parole, di commenti, di note e di immagini non ha spesso altra ragione se non il desiderio di presenza, e dunque di esistenza in rete, indipendentemente dal contenuto della comunicazione, dal suo soggetto e dalla relazione reale tra i soggetti della comunicazione.
Si stanno moltiplicando anche i casi di censura che riguardano ad esempio gruppi di madri che allattano i figli, dibattiti sull’aids e i preservativi, alcuni partiti politici, video che mettono alla berlina giornalisti televisivi, account cancellati all’improvviso e senza motivo. Le regole di «Facebook» vietano la pubblicazione di materiale genericamente offensivo e che può danneggiare la «compagnia». Il potere discrezionale per stabilire ciò che viola le condizioni d’uso di «Facebook» è talmente elevato arrivando a prevedere il cambiamento delle stesse condizioni senza preavviso. A volte si esagera provocando la reazione degli utenti, come alcune settimane fa, quando la società proprietaria di «Facebook» ha tentato di appropriarsi del copyright di tutto il materiale messo in rete sul social network anche di utenti che disattivassero la propria iscrizione. Certo i gestori del sito hanno fatto un passo indietro, non specificando tuttavia i limiti e le condizioni di uso dell’immensa mole di testi, video, foto e applicazioni prodotti dagli utenti. Ancor più grave è l’opacità del funzionamento del software di pubblicità mirata, che appare ogni volta che un utente si connette al proprio profilo in base alla frequenza di navigazione, ai gruppi a cui si è iscritti, alla nazionalità, allo stato civile.

Facebook contro facebook?
Se l’ideologia è anche un insieme di pratiche materiali, atteggiamenti, concezioni teoriche, comportamenti, discorsi, forme organizzative che riproducono i rapporti di produzione in una determinata epoca, è possibile vedere come «Facebook» contribuisce a un dominio ideologico teso alla destrutturazione e alla frammentazione del legame sociale, mascherata da suo potenziamento. In altri termini, «Facebook» contribuisce alla costruzione di una soggettività frammentata, potenziando peraltro l’indistinzione tra reale e virtuale che costituisce il proprio del feticismo. In una produzione comunicativa con queste caratteristiche la relazione sociale tra le persone tende a trasformarsi in rapporto sociale tra cose.
Se «Facebook», come qualsiasi altro prodotto della tecnologia, non è neutro, ciò non vuol dire che non lo si possa utilizzare; al contrario la tecnica o la tecnologia può essere usata in modo da sabotare lo scopo per cui è stata creata: come mostra la trilogia dei fratelli xxxxx x xxxxx, Matrix può essere usata contro Matrix. Ma questo richiede uno sforzo di riflessione, di analisi e di progetto da parte di una soggettività collettiva. In altri termini, l’approccio semplicistico o individuale al social network, per cui si crede di poterlo utilizzare in modo politicamente utile, semplicemente perché si fanno veicolare contenuti «partigiani», si creano gruppi e cause, si organizzano eventi, rischia di sottovalutare la potenza dei meccanismi impersonali che lo regolano e di non far altro che alimentare il Minotauro. Questa riflessione è tanto più urgente, quanto più il fenomeno «Facebook» sta diventando dilagante, un autentico fenomeno di massa, che potenzialmente modificherà le forme di comunicazione e di relazione anche fuori dalla rete.

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Carbonara, Ceglie, Loseto: ma se siamo quasi tutti baresi….

Pubblicato da enzo patino su 8 aprile 2009

gioco

L’imminente referendum a cui saranno chiamati gli abitanti della I Circoscrizione (Palese S. Spirito) e quelli della IV (Carbonara, Ceglie e Loseto) per esprimersi sulla proposta di autonomia amministrativa – istituire, quindi, nuovi comuni, distaccando queste circoscrizioni dalla città di Bari – è circondato, a poche settimane dello svolgimento, il 19 aprile, dal silenzio totale, senza la presenza della dovuta e necessaria informazione verso i residenti dei quartieri interessati.

In piena aria di federalismo fiscale, che imporrà soprattutto ai comuni del Sud (con una minore autonomia finanziaria rispetto ai comuni del Nord) riduzioni di spesa anche per i servizi necessari, di fronte a progetti “nordisti” di realizzare macroaree economiche (il progetto Mi-To, l’asse Milano-Torino), qualcuno immagina di dare vita a “nuovi” comuni di quarantamila abitanti.

Di quali risorse economiche potranno disporre questi comuni, a chi giova questa voglia di autonomia da una città, Bari, che si prepara a realizzare un piano strategico metropolitano (una delle città dopo Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna ad essere individuate come Città Metropolitana)? Avrei voluto leggere, nei Comitati per l’autonomia, motivazioni da comuni virtuosi a 5 stelle, scelte di ridurre consumi energetici, strategie a rifiuti zero, politiche di riduzioni di spese amministrative, la limitazione o cancellazione delle retribuzioni extra o gettoni di presenza riconosciuti a sindaci, assessori comunali…

Ma nella IV circoscrizione, dove risiedo, il “Comitato Uniti per l’autonomia” pone nell’incipit delle motivazioni la questione storica di quando (negli anni ‘30) Carbonara, Ceglie e Loseto erano comuni autonomi. Rispetto questa identità storica, comprendo il malessere di quegli abitanti che ottant’anni fa subirono un’annessione imposta dall’alto, ma oggi questo territorio è parte di quella che è considerata una delle moderne e più popolose periferie delle città.

Qui, a partire dagli anni ‘80, migliaia di famiglie hanno lasciato l’area urbana per il sogno di una casa di proprietà, raddoppiando in venti anni la popolazione oggi residente, circa 38.000 abitanti. Non vogliamo considerare, rispettare anche questa metà popolazione costituita da “baresi emigrati“? In una ipotesi di bilancio di 30 mnl di euro (stilato dal Comitato due anni fa e comprendente le quote Ici, che lo formavano al 60%…) da dove attingeremo le entrate finanziarie utili ai servizi indispensabili? Questo territorio – la IV circoscrizione – non ha tessuti industriali e produttivi, è senza “seconde case”, come si potrebbero compensare i tagli dei trasferimenti statali dettati dalla Finanziaria, il mancato incasso Ici?

In una futura ma vicina visione federalista, non sarebbe opportuno invece ricercare sinergie, iniziative per la crescita economica, sociale, culturale del nostro territorio?

Sono le domande che pongo – ancora una volta – ai sostenitori dell’autonomia, accompagnando l’invito a lavorare insieme, in un concetto limpido di cittadinanza attiva, utile per tutti.

Senza divisioni. Noi, baresi come voi, non abbiamo sentimenti leghisti.

Notes-48x48 l’intervento su Barilive.it (8 aprile)
la replica del Comitato per il Sì

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